Fotografia: illuminazione, posa, rapporto col soggetto e stile personale — intervento di Francesco Francia
Qualche tempo fa sono stato ospite del BrainCamp Pro di Davide Vasta. Una conversazione che ha preso direzioni inaspettate, come succede quando le domande sono buone e non c’è un copione da seguire.
Abbiamo parlato di social, di set, di modelle ingessate, di lume di candela usato come illuminatore da studio, di Newton, di Woodman, di Drtikol. Di quando conviene stare in silenzio sette minuti invece di fare una chiacchierata preliminare. Di cosa significa portarsi a casa la foto al primo scatto quando hai tre modelle, un cliente, uno studio e il tempo che scorre.
Guarda l’intervista completa, poi continua a leggere: sotto trovi i punti che ho sviluppato e alcuni approfondimenti su quello che faccio nei corsi.
Puoi vedere l’intervista originale anche direttamente su YouTube: BrainCamp Pro con Francesco Francia
I social servono. Ma non sono il lavoro.
Ho detto una cosa semplice e vera durante l’intervista: se smettessi di usare i social, il mio lavoro calerebbe del 40%. Questo dovrebbe bastare a chiudere ogni discussione sul “vale la pena o no”.
I social sono diventati il principale canale di visibilità per un fotografo. Non perché siano il posto migliore per far vedere le foto, ma perché sono il posto dove le persone guardano. Quando vengono meno altri strumenti di esposizione, come è successo con molte riviste cartacee, i canali digitali subentrano e vanno sfruttati al massimo.
Detto questo, non mi sono mai nascosto dietro l’algoritmo. Non seguo le logiche di Instagram come fosse un lavoro a sé. Cerco di essere il più spontaneo possibile, perché quella spontaneità è parte del mio modo di comunicare. Chi vuole capire come lavoro davvero, sul set e nella testa, sui social trova esattamente quello.
Se il soggetto è ingessato, non è mai colpa sua
La gestione della posa è una disciplina, non un talento
Questa è una delle cose su cui insisto di più nei corsi. Ho corsisti che vengono da me dopo aver studiato la luce, magari anche bene, e sul set fanno schemi impeccabili. Poi arriva il soggetto, e il soggetto è bloccato. E loro non sanno cosa fare.
La risposta sbagliata è dire che quella persona non sa posare. La risposta giusta è che il fotografo non sa ancora come sbloccarla.
Non è mai colpa del soggetto. Il fotografo è il regista del set. Se chi hai davanti è ingessato, è perché non hai ancora trovato il modo giusto di entrare in relazione con quella persona specifica, in quel momento specifico.
Cinesica, prossemica, PNL: non è psicologia da salotto
Esistono strumenti concreti per imparare a relazionarsi più velocemente con i soggetti. La cinesica, che riguarda il linguaggio del corpo. La prossemica, che riguarda la gestione dello spazio tra te e chi hai davanti. Alcune tecniche di PNL che servono a calibrare il ritmo della comunicazione. Non sono teorie astratte. Sono cose che si possono studiare, applicare e migliorare nel tempo.
Ho visto persone che si nascondevano letteralmente dietro la macchina fotografica trasformarsi in fotografi capaci di portare un soggetto esattamente dove volevano nel giro di qualche mese di lavoro. Il margine di miglioramento, partendo da zero, è enorme.
La chiacchierata preliminare non è sempre la soluzione
Sui social gira spesso questo consiglio: parla con la modella un’ora prima di iniziare, mettila a proprio agio, costruisci un rapporto. In alcuni casi funziona. In altri è esattamente la cosa sbagliata da fare.
Ho avuto soggetti professionisti con un ego molto presente, modelle che arrivavano sul set già con le loro certezze e i loro schemi. La chiacchierata preliminare in quei casi non avrebbe fatto altro che rinforzare una dinamica che non mi serviva. Quello che ho fatto, in più di un’occasione, è stato spegnere tutto, accendere solo una luce, e stare in silenzio. Sette, otto minuti. Li guardavo senza rispondere. E in quel silenzio qualcosa si rompeva, in senso positivo. Quella tecnica l’ho in qualche modo mutuata da Maurizio Calimberti, e funziona quando il soggetto ha certe caratteristiche che emergono subito.
Il punto è questo: non esiste un approccio unico. Bisogna leggere chi hai davanti e adattarsi in tempo reale.
Se vuoi approfondire questo aspetto del lavoro sul set, trovi i percorsi dedicati qui: corsi sulla gestione della posa
La luce la porto a casa sempre. Con qualsiasi mezzo.
Il set di Playboy a lume di candela
Ho realizzato un servizio per Playboy interamente illuminato a lume di candela. Venti candele, posizionate con criterio, misurate e dosate sul set. Il risultato erano otto sorgenti luminose virtuali: la modella scontornata da rim light, lo sfondo evocativo, un’atmosfera calda e molto definita nelle linee sul corpo.
Non lo racconto per fare il figo con l’analogico. Lo racconto perché dimostra una cosa precisa: chi conosce la luce trova le soluzioni. Chi dipende dall’attrezzatura si blocca quando l’attrezzatura manca.
Due pannelli e uno specchio: il workshop in esterna
Ho fatto workshop dove gestivamo tutto in esterni con due pannelli e uno specchio. Riprendevamo la luce del sole con un pannello e la direzionavamo da dietro il soggetto come rim light. Con un pannello semitraslucido intercettavamo quella luce e la rimandavamo in avanti come schiarita. Variavamo angoli e distanze per eliminare dominanti di colore e creare effetti diversi. Nessun flash, nessun generatore. Solo consapevolezza di come si comporta la luce.
Da ragazzo, quando non avevo ancora l’assistente, me la cavavo da solo: un pannello riflettente sul braccio, uno di polistirolo legato a una gamba con uno strap, e scattavo mentre gestivo contemporaneamente due sorgenti. Non è il modo migliore di lavorare, ma è quello che ti insegna davvero a capire cosa stai facendo.
Il softbox da 8.000 euro non ti salva
Un softbox grande messo a sei metri si comporta esattamente come un softbox piccolo messo vicino al soggetto, in termini di diffusione della luce. Se non sai questo, puoi spendere quanto vuoi in attrezzatura e il risultato non cambierà. La luce obbedisce a leggi fisiche precise, non al prezzo dello strumento.
- Un softbox grande lontano dal soggetto non è più morbido di uno piccolo vicino
- La distanza dalla sorgente cambia la qualità della luce, non solo l’intensità
- Conoscere questi principi vale più di qualsiasi acquisto
- L’attrezzatura agevola e velocizza. Non sostituisce la competenza
Lo stile fotografico non si decide. Si costruisce.
Il diaframma si stabilisce prima dello schema luce
Quando costruisco uno schema luce, il diaframma viene stabilito prima. Non alla fine, non dopo aver messo le luci. Prima, in funzione dell’ottica, dell’inquadratura e del rapporto soggetto-sfondo che voglio ottenere. La profondità di campo è già una decisione comunicativa. Quanto è sfocato lo sfondo? Qual è l’imprinting visivo che voglio dare a quella foto? Tutte queste domande trovano risposta nel diaframma, non nei cursori di post produzione.
L’editoriale moda è un cortometraggio
Un editoriale non è una raccolta di belle foto. È una sequenza che racconta qualcosa, anche senza una storia esplicita. Come in un cortometraggio, le immagini si tengono tra loro per atmosfera, per coerenza visiva, per un fil rouge che può essere la luce, il colore, il ritmo dei tagli. Guido Argentini accostava texture di materiali a nudi femminili illuminati per evocare sensazioni fisiche precise. Ghiaccio, seta, pietra. Lo stile del fotografo si vede anche in queste scelte, non solo nello schema luce.
Scattare già sapendo dove andrà la foto
Il fotografo oggi non può permettersi di scattare e poi vedere come va a finire in impaginazione. Deve sapere prima. Se la copertina richiede aria in alto per il logo della rivista, quella aria va lasciata in fase di ripresa. Se serve una doppia pagina, lo scatto va pensato orizzontale con una quinta che lascia spazio ai crediti. Ho simulato un editoriale completo in diretta durante un corso, improvvisando i tagli in tempo reale mentre costruivo lo schema luce. Quella simulazione è stata poi pubblicata. Non era fortuna. Era metodo.
La tecnica va conosciuta al massimo. Per poi dimenticarla.
Il metodo al primo scatto
Il cuore di quello che insegno non è l’elenco degli schemi luce. È la capacità di prevedere il risultato prima di scattare. Conosci la luce, sai come si comporta, sai già cosa otterrai. Vai sul set, costruisci lo schema, scatti. La foto è quella.
Andare a tentativi su un set con tre modelle, un cliente e il tempo che scorre è un problema tecnico che si trasforma in un problema relazionale. Ogni aggiustamento che fai con il soggetto davanti spezza il flusso, rompe la concentrazione, raffredda l’energia del set. Come diceva Alfredo Sabatini, collega Master Nikon che ci ha lasciato: se vuoi che il soggetto sorrida, devi essere il primo a sorridere.
Cosa porti sempre con te
L’ultima domanda dell’intervista era cosa non mi faccio mai mancare sul set. Non ho risposto con attrezzatura. Ho risposto con la stessa adrenalina del primo giorno. Fare come se fosse sempre la prima volta. Portare la stessa paura, la stessa voglia, lo stesso senso di posta in gioco. Quella tensione positiva è il requisito che non si compra e non si sostituisce con nessun softbox.
Studiare i grandi autori non è cultura. È necessità operativa.
Newton per il coraggio e per la capacità di dire cose profonde attraverso immagini apparentemente esplicite. Francesca Woodman per l’approccio, non per lo stile: ha dedicato la vita all’arte con una coerenza assoluta. Drtikol per aver messo in relazione per primo la forma umana con le geometrie, creando un filone che viene ripreso ancora oggi spesso senza saperlo. David LaChapelle, Eugenio Recuenco che costruisce le scene fisicamente sul set senza ricorrere alla post produzione. Oliviero Toscani per la capacità di graffiare, di non lasciare mai indifferenti, e per aver dimostrato che la fotografia è prima di tutto comunicazione.
Non si studiano per copiarli. Si studiano perché aprono la mente verso strade che da soli non avresti trovato. E perché chi non conosce chi è venuto prima non può capire dove si trova adesso.
Dal vivo a TheBigFrame: 28 marzo 2026
Se i concetti emersi nella chiacchierata con Davide Vasta durante il BrainCamp PRO vi hanno ispirato, sappiate che avremo modo di approfondire tutto questo dal vivo e passare dalla teoria alla pratica in un contesto unico.
Il prossimo 28 marzo 2026 sarò uno dei relatori di TheBigFrame, la prima maratona formativa multidisciplinare dedicata al futuro dell’immagine, che si terrà a Villa Pieve Country House, a Corciano (PG). L’evento è organizzato da Davide Vasta, lo stesso che ha condotto questa intervista.
Il mio intervento si intitola “La luce in fotografia: tra arte, tecnica e comunicazione visiva”. Un set in diretta con una modella. Vedremo concretamente come:
- Costruire uno schema luce partendo da un’idea creativa pura, senza procedere per tentativi
- Applicare il sistema zonale al digitale per dominare l’esposizione e ottenere l’immagine esatta già al primo scatto
- Gestire il rapporto tra luce e posa, creando un’atmosfera coerente con il messaggio che vogliamo comunicare
Sarà una giornata intensa di ispirazione e confronto insieme ad altre eccellenze nazionali del settore. Per maggiori informazioni e per assicurarvi un posto: programma completo di TheBigFrame